Insieme verso il Centenario – Michele Benedetto, lo stile Crociato

Insieme verso il Centenario – Michele Benedetto, lo stile Crociato

Insieme verso il Centenario – Michele Benedetto, lo stile Crociato

Insieme verso il Centenario … con le testimonianze raccolte fra coloro i quali hanno costruito la storia secolare del Parma Calcio. L’ultimo racconto di Settorecrociatoparma.it, per Parma Magazine, la rivista che viene distribuita gratuitamente allo stadio ‘Ennio Tardini’ in occasione delle partite casalinghe della nostra squadra, ha narrato, nel numero del giornale diffuso in occasione di Parma-Torino, la storia di Michele (o Michelangelo) BenedettoCapitano Crociato della promozione inSerie B nel 1973 (spareggio a Vicenza contro l’Udinese), vice allenatore di Cesare Maldini in quella del 1979 (spareggio a Vicenza contro la Triestina), per anni tecnico nel nostro Settore Giovanile e abile osservatore e scopritore di talenti poi divenuti campioni.

La figura di Michele Benedetto incarna la storia del calcio italiano, perfino di quello planetario dell’ultimo mezzo secolo e, con essa, quella del Parma Calcio dagli anni Settanta ai giorni nostri.

L’ingiallita terza pagina di Tuttosport di mercoledì 6 Ottobre 1971, con un corposo articolo scritto su di lui da Vladimiro Caminiti, affiancato da un’inchiesta di Franco Zuccalà dall’Inghilterra, il quale raccontava di Jimmy Graves, Bobby Charlton, George Best e Mc Lintock, è una memoria che schizza uomo e giocatore.

Torinese di un’intera famiglia di torinisti (il fratello Giovanni giocò nel Toro e allenò le giovanili conquistando uno scudetto ‘Ragazzi’), parmigiano adottivo come la maggior parte di coloro i quali da forestieri hanno difeso la bandiera della nostra squadra e qui hanno deciso di fermarsi. Oggi, per lui, sempre presente in Tribuna Petitot da fedelissimo tifoso abbonato Crociato, è un derby.

Quand’era dodicenne e il calcio lo giocava sui campetti dell’istituto salesiano, osò presentarsi, in gran segreto, a un provino della Juventus, che lo arruolò. Fu un affronto al cuore granata famigliare, che gli costò la sconfessione sportiva (quando tornò a Torino, allo stadio Comunale, da calciatore di Serie A, con la maglia del Catanzaro, avversario dei bianconeri, alcun suo parente dagli spalti lo seguì).

Da giovanissimo visse la casa juventina, il rapporto dell’avvocato Gianni Agnelli con ogni dipendente del club, Villa Sassi, l’aggregazione alla prima squadra quando l’allenatore era l’inglese Jesse Carver. Giocando al fianco di compagni che raggiunsero la Nazionale maggiore (lui indossò l’azzurro juniores), vinse il titolo italiano riserve ‘De Martino’ e, nel 1961, il primo Torneo di Viareggio per la Juve (fu premiato miglior giocatore di quell’edizione della manifestazione).

 

La Vecchia Signora dell’italico pallone lo dirottò nel satellite Carrarese, dove divenne subito capitano e conquistò la promozione dalla Quarta Serie alla Serie C. La subitanea investitura con la fascia del condottiero e l’immediata conquista del campionato fu una costante nelle piazze (ad Arezzo dalla C alla B e a Catanzaro dalla B alla A, con quel memorabile spareggio contro il Bari, in uno stadio ‘San Paolo’ di Napoli gremito e l’onore di quella marcatura a Pelè durante una tournèe americana), che apprezzarono carisma e classe tecnica di un giocatore il quale da terzino fluidificante fu ben presto trasformato dal tecnico aretino Omero Tognon in un libero moderno.

La Vecchia Signora dell’italico pallone lo dirottò nel satellite Carrarese, dove divenne subito capitano e conquistò la promozione dalla Quarta Serie alla Serie C. La subitanea investitura con la fascia del condottiero e l’immediata conquista del campionato fu una costante nelle piazze (ad Arezzo dalla C alla B e a Catanzaro dalla B alla A, con quel memorabile spareggio contro il Bari, in uno stadio ‘San Paolo’ di Napoli gremito e l’onore di quella marcatura a Pelè durante una tournèe americana), che apprezzarono carisma e classe tecnica di un giocatore il quale da terzino fluidificante fu ben presto trasformato dal tecnico aretino Omero Tognon in un libero moderno.

 

Dalla Calabria capitò a Parma, in Serie C, insieme al portiere Luciano Bertoni, nell’estate del 1972, e fu immediatamente passaggio in B, con quell’epico spareggio di Vicenza, 2 a 0 (gol di Giulio Sega e di Carlo Volpi) all’Udinese, il 24 giugno 1973.

“Ero un centrale atipico che giocava davanti alla difesa. Ero un libero che veniva posizionato in avanti, per impostare molto alta la squadra, ma non ero un centrocampista. Gli allenatori mi promuovevano sempre capitano per il mio carattere, votato al raggiungimento del massimo risultato, della vittoria, della straordinaria attenzione alla partita che avevo, grazie anche alla pratica individuale, che esercitavo in modo autonomo, del training autogeno che avevo mutuato dall’atletica leggera. Quel Parma era una squadra fantastica, che impiegò un po’ di partite per ingranare, ma poi volò. Avevamo un gioco originalissimo per quei tempi, difficile da imbrigliare. Io dietro – racconta Michele Benedetto – che stavo alto e, là davanti, Volpi che era un finto centravanti che veniva a giocare in mezzo al campo, attorniato da due esterni, Sega e Alberto Rizzati, i quali erano due attaccanti veri, bravissimi a saltare l’uomo e infallibili negli ultimi sedici metri. Non riuscimmo a raggiungere il primo posto assoluto, perché  fummo sconfitti a Venezia, un po’ per colpa mia, perché sotto di un gol, dalla voglia di pareggiare, iniziai a sfarfallare per tutto il campo, beccandomi i rimproveri del direttore tecnico Gigi Del Grosso. Con l’Udinese, nello spareggio, però, fummo insuperabili, fantastici”.

 

Nella stagione successiva (1973/1974) quel Parma Calcio strabiliò, facendo divertire la platea della Serie B e arrivando quinto in classifica. Secondo il suo capitano quella formazione poteva essere protagonista del doppio salto di categoria, aveva le potenzialità per approdare in Serie A, ma l’infortunio a Sega ne bloccò la sorprendente marcia:“Ne sono convintissimo. Giulio faceva la differenza. Il talento e i colpi che aveva erano unici. Non è un caso se, a sedici anni, fu fatto esordire in Serie A, da Nils Liedholm nel Verona. Purtroppo, alla fine del girone di andata, in un intervento con Leoncini dell’Atalanta, si fratturò tibia e perone. La sua assenza fu troppo importante, si avvertì pesantemente”.

Un altro torneo cadetto, con un’amara retrocessione, due di Serie C ai vertici (entrambi al secondo posto), la soddisfazione dell’unico gol della sua gloriosa carriera, segnato con la Maglia Crociata, allo stadio ‘Ennio Tardini’, di testa su calcio d’angolo.

 

 

“Non segnavo mai, perché tutti gli allenatori volevano non mi sganciassi troppo dalla difesa. Il giorno prima un mio amico parmigiano, Bellini, il titolare del negozio hi fi, sotto i portici della stazione, il quale mi prendeva sempre in giro – svela Benedetto – perché non andavo mai in rete, fece una scommessa e fu costretto a regalarmi l’impianto che volevo acquistare da lui”.

Michele Benedetto smise di giocare nel 1977, ma alla storia recente del Parma Calcio ha concorso e partecipato come vice di Cesare Maldini nella promozione in B del 1979 (altro spareggio, sempre a Vicenza, ma contro la Triestina), come tecnico delle giovanili e come stretto collaboratore, in qualità di osservatore, di Arrigo Sacchi, Carlo Ancelotti, Claudio Cesare Prandelli, Stefano Pioli.

Dai suoi viaggi nel mondo e dalle sue definitive valutazioni sono planati a Parma, citando i nomi di coloro i quali, poi, sono divenuti campioni assoluti, Lilian Thuram, Alberto Gilardino e Adriano. Se il club non fosse precipitato in amministrazione straordinaria, aveva già convinto i dirigenti di allora ad acquistare i giovanissimi Cristiano Ronaldo, Vidic e Cissè.

Amante del gioco offensivo, della palla che arriva nell’area avversaria nel più breve tempo possibile, assertore di una società di calcio organizzata con uno staff dirigenziale e tecnico che seleziona i giocatori per il mister di turno, girando il pianeta con la Maglia Crociata, Benedetto,Foto11 personificazione del calcio, dipinge Parma e la sua Comunità:

”Questa è una realtà diversa, che si distingue dal resto d’Italia. Europea, continentale, che tifa per e non contro. Modello in cui si possono costruire progetti importanti”.

Con questo spirito, oggi, in Tribuna Petitot, vivrà la sfida al Torino, derby di famiglia.

 

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