Il presidente di una società di calcio, nell’immaginario dei propri tifosi, non ne è soltanto il proprietario o chi la proprietà rappresenta perché da essa ha ricevuto in delega questo ruolo. Il presidente ideale di un sodalizio calcistico, per la tifoseria, deve possedere alcune peculiarità imprescindibili. Deve essere, possibilmente, nato e residente nella città che la squadra rappresenta o, perlomeno, se forestiero, esservi integrato e dimostrare verso essa un amore viscerale. Il medesimo affetto e la stessa passione deve avere nei confronti di quello sport che si chiama calcio e di quella compagine che, attraverso questa disciplina sportiva, è l’alfiere della bandiera cittadina e dei suoi colori. Un esemplare presidente di una società del pallone ne deve conoscere a menadito la storia e le tradizioni, avendone cura, cercando, nel proprio operato, di non disperderle, ma, anzi, di diffonderle e valorizzarle. Più che esosi e scriteriati investimenti a pioggia al presidente ideale il vero tifoso chiede giudizio, saggezza e, principalmente, sentimento e attaccamento alla Maglia. Tutte queste caratteristiche il presidente perfetto deve trasmetterle e trasportarle a ognuno dei propri collaboratori. Ai dirigenti, agli impiegati, ai magazzinieri, a chi lava le magliette e i calzoncini, a chi cura il manto erboso, a chi massaggia i muscoli, a chi allena e a chi gioca.
La storia ci insegna come sia difficile, soprattutto nei tempi più recenti, ma anche in passato si sono conosciuti personaggi insipidi e sordidi, incontrare chi si assume l’onore ma pure l’onere di diventare presidente di una società di calcio in modo completamente disinteressato. E’ anche comprensibile, in particolare in quest’epoca moderna, in cui il calcio si è progressivamente trasformato da semplice, puro e genuino sport in fonte di mero interesse economico. A chi viene investito di questo ruolo o a chi se lo conferisce oggi, nell’era del ‘business’ spinto, il tifoso reclama di saper coniugare e far coesistere il profitto e il tornaconto con i sentimenti, la partecipazione e la devozione nei confronti della bandiera che si rappresenta all’insegna di valori come l’onestà, la correttezza e la lealtà.
In questa sottosezione del nostro sito troverete l’elenco di tutti coloro che, nella storia del Parma Calcio, sono stati i presidenti di questa società o hanno fatto le veci della proprietà di turno. Persone che, nel bene come nel male, con pagine amare e tristi e altre gioiose e liete, hanno contribuito a scrivere l’avventura dei Crociati dal 1913 ai giorni nostri.
Dalle origini con il trio Violi-Porcelli-Spaggiari, con l’avvocato
Ennio Tardini, colui che volle un campo apposta per il gioco del calcio e con l’industriale
Giuseppe Muggia agli anni successivi alle due guerre mondiali, in cui i campionati per forza di causa maggiore furono sospesi, con il principe
Bonifazio Meli Lupi di
Soragna e Giuseppe Agnetti. Con quest’ultimo, denominato il presidente ‘dalla lacrima facile’, perché piangeva elemosina a ogni maggiorente della città e del territorio per ricevere aiuti finanziari, si disputarono sette tornei consecutivi in serie B, categoria a cui si era approdati quattro stagioni prima con Fabrizio Cartolari al timone.
Agnetti fu anche il presidente che, dopo un breve periodo di maglie a colori gialloblù, nell’annata 1957/1958, riportò sulle casacche dei calciatori del Parma l’originaria casacca Crociata. Dopo di lui, si vissero anni anonimi, con presidenti instabili e commissariamenti, figure che variavano di anno in anno, quali Molinari, Camorali,
Blarzino, Zanichelli-Pizzigoni. Fu il momento più buio, quello in cui si toccò il fondo della serie D. Il risorgimento ebbe la firma di
Ermes Foglia, che riportò la squadra in B e ricostruì il settore giovanile come fucina di giovani interessanti (Carlo Ancelotti su tutti), di
Arnaldo Musini e del mitico
Ernesto Ceresini. Per finire con i due presidenti dell’era Parmalat. Il generoso, buono, limpido, umano
Giorgio Pedraneschi, figlio di Bruno, ex Crociato e scopritore di talenti, e il giovanissimo e inesperto
Stefano Tanzi, figlio di Calisto, patron della multinazionale del latte di Collecchio. Di lui, nonostante la vergognosa vicenda del crac finanziario
dell'industria di famiglia, di cui ha raccontato di esserne stato solo uno spettatore con un ruolo secondario e che mette noi tifosi in un’imbarazzante posizione rispetto alle altre tifoserie, apprezziamo come si sia innamorato del calcio e del Parma, uno sport che, prima di diventare presidente, conosceva vagamente. Ora, uscito di prigione, in attesa del processo, continua a frequentare lo stadio ‘Tardini’ come un tifoso qualsiasi.
Dopo di lui il Parma è passato nelle mani di
Guido Angiolini, funzionario
che mai si era occupato di calcio, nominato dal commissario straordinario
della Parmalat Enrico Bondi.
Angiolini, pur incompetente in materia, ha saputo in tre anni, fare un bagno
di umiltà, affidarsi ai consigli dei suoi collaboratori, calarsi nel ruolo
di grande vecchio che crea rapporti interpersonali sereni e cordiali nello
spogliatoio e negli uffici del 'club', originando un clima di serenità
comunque importante e fondamentale nell'ambito di una società in cerca
d'identità. Guido Angiolini ha lavorato soprattutto sulle relazioni umane,
ottenendo, per quel poco che poteva (era praticamente un presidente senza
portafoglio e profano) buoni frutti. Si è dimesso nell'ottobre 2006. Lo ha
sostituito direttamente Bondi, che si è assunto tutti i poteri. Il
venticinque gennaio 2007 il Parma cambia proprietà e, quindi, presidente.
Finisce l'amministrazione straordinaria di Enrico Bondi. Comincia una nuova
avventura. Il 'club' Crociato ora appartiene al giovane industriale
bresciano, ma con forti agganci a Parma,
Tommaso
Ghirardi, al suo 'alleato'
Medeghini, imprenditore bresciano nel settore caseario, e all'istituto di
credito cittadino Banca Monte Parma. La nuova guida è Ghirardi.
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