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I cosiddetti Portici del Grano costituiscono i
colonnati e le arcate del piano terreno dell'attuale Palazzo Municipale, che
si affaccia sulla centrale piazza Garibaldi e su via Repubblica, quella che
un tempo era denominata Strada di Santa Cristina. Sono i basamenti su cui si appoggia il
'Palacium Novum Communalis', che fu
iniziato nel 1281 per essere terminato l'anno dopo. Constava di un
seminterrato con le prigioni dei debitori, un pianterreno con scuderie e
botteghe e un piano nobile con le sale di riunione e di rappresentanza.
Venne distrutto nel 1606 dal crollo dell'adiacente Torre civica, costruita
attorno alla metà del Duecento e rialzata nel Quattrocento da Gherardo
Fatuli fino a 130 metri. L'edificio dei giorni nostri, progettato da Giovan
Battista Magnani, lo sostituì nel 1627. I lavori furono condotti in gran
fretta affinché terminassero in tempo per le nozze già fissate da tempo tra
Odoardo Farnese e Margherita de' Medici. rimasto incompiuto nella parte
superiore sovrastata da un cornicione sporgente, questo massiccio edificio è
interamente rivestito in cotto a vista. La parte inferiore è un porticato
costituito da ampie arcate che nel corso dei secoli ebbe funzione di
alloggio militare-caserma, magazzino doganale del sale, secca e mercato
pubblico. Uno scalone originariamente elicoidale, poi modificato nel 1887, conduce al piano nobile.
Nell'atrio antistante la Sala del Consiglio, sopra i seicenteschi seggioloni
dell'Anzianato, sono appesi diversi dipinti, tra cui una Crocefissione
di Bernardino Gatti, un Noli me tangere attribuito ad Agostino
Carracci e una serie di grandi tele dipinte tra il 1715 e il 1722 da Ilario
Spolverini con protagoniste scene di feste farnesiane. Altre due tele si
trovano nella stessa sala decorata da Girolamo Magnani, con medaglioni
recanti i ritratti dei parmigiani illustri, e da Cecrope Barilli, con scene
allegoriche riferite all'Arte, alla Scienza, all'Industria e
all'Agricoltura. Nelle altre sale si trovano mobili e dipinti di varia
provenienza, tra cui due grandi pale di Giovanni Tebaldi.
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