Il
18 febbraio 1248 Parma visse il momento più importante della sua storia.
All’epoca dei Comuni e delle lotte tra Guelfi e Ghibellini, Parma si trovò
assediata nell’inverno 1247-1248 dalle truppe dell’Imperatore Federico II di
Svevia, per l’occasione rinforzate da cremonesi. Federico II, che era
vendicativo e spietato, non poteva accettare la perdita della 'leadership'
in una città tanto importante. Così preparò, con l'aiuto dei due grandi
signori Ghibellini del Nord Italia (Ezzelino da Romano, che spadroneggiava
in Veneto, e Oberto Pallavicino, che aveva base a Busseto e dominava diverse
terre lombarde), un esercito formidabile e marciò su Parma per punirla in
modo esemplare. Ossia con l'unico fine di mietervi morti, saccheggiarla e
distruggerle mura e case. Nel luglio del 1247 l'esercito dell'imperatore si
accampò tra l'attuale Vicofertile e la via Claudia, edificando una città
che, in segno augurale, chiamò Vittoria. Parma era completamente
accerchiata. Gli uomini imperiali deviarono il corso dei canali che
portavano acqua al centro urbano, bruciavano le campagne circostanti,
assaltavano e prendevano i castelli del contado. Gli unici rifornimenti
arrivavano via Po, risalendo la Parma, ma ben presto anche questa 'strada'
si chiuse. La nostra città, difesa dai soldati di Azzo d'Este, Rizzardo di
San Bonifacio, Gregorio Montelongo, Alberto Fieschi e dalle milizie di
Piacenza, Genova e Milano, era praticamente alla fame. Al più si mangiava
pane impastato con farina di lino. Furono mesi d'assedio che misero a dura
prova la resistenza del nostro Comune. Federico II sembrava avere la
vittoria in mano, quando commise un grave errore. Gli fu fatale la passione
per la caccia. Il 18 febbraio 1248 lasciò il campo con gli inseparabili
falconi per una battuta venatoria lungo il fiume Taro. Azzo d'Este e
Gregorio da Montelongo, forse informate da spie Guelfe, colsero l'attimo.
Usciti a capo delle truppe assediate da porta dell'Olmo (l'odierna Barriera
d'Azeglio), seguiti dalla popolazione inferocita, attaccarono Vittoria. La
città imperiale vide atrocità inverosimili. Le donne dell'harem di Federico
II furono stuprate, 1500 soldati caddero uccisi, tremila finirono
prigionieri. La Berta, carroccio dei cremonesi, fu presa dai parmigiani ed
esposta nel Battistero. Nella piazza del Comune, a ricordo del trionfo, fu
aggiunta allo stemma della città la scritta
"Hostis Turbetur, Quia Parmam Virgo
Tuetur" ("Tema il nemico, perché la Vergine protegge Parma").
Secondo lo storico Fra Salimbene, che lo scrisse nella sua 'Cronaca', quando
l'imperatore costruì il suo accampamento, le nobildonne fecero realizzare un
modellino in argento della città, lo portarono in Duomo e l'offrirono alla
Madonna per ottenere la protezione divina. A Vittoria si consumarono
saccheggi indegni. Celebre fu l'umile calzolaio, chiamato 'Cortopasso' per
la sua bassa statura, che ritrovò tra le macerie la corona dell'imperatore e
che, solo per questo fatto, divenne una celebrità. Della sua modesta e
fortunata impresa si parlò anche fuori dalle cinta cittadine e il Comune lo
ricompensò del 'furto' assegnandogli un vitalizio e una casa. Federico II si
accorse con ritardo dell'attacco sferratogli dai parmigiani e si diede alla
fuga, attraverso Fidenza e le terre dei Pallavicino, verso Cremona, dove si
riparò, ben accolto dai suoi alleati, certamente pensando con amarezza a
quando gli venne la geniale idea di battezzare il proprio campo alle porte
di Parma, in quel di Vicorfertile, con il nome di Vittoria.
|