Fulvio Ceresini ricorda un quarto di secolo nel ‘club’

PARMA A.C, UNA QUESTIONE DI FAMIGLIA

Gioie, tensioni, sofferenze ed umiliazioni per un grande amore  

Vai ad intervistare Fulvio Ceresini, fino a ieri (qualche mese fa) vice-presidente dell’Associazione Calcio Parma, e rimani sbalordito. Sai che è un personaggio poco loquace, ma senza peli sulla lingua, che dice ciò che pensa. Conosci la sua indole di uomo che detesta l’eccessiva esposizione in pubblico, soprattutto dei suoi sentimenti e delle sue emozioni. Ha sempre odiato le interviste, concedendone con il contagocce ( a noi l’ha rilasciata, perché ci considera veri amici del Parma Calcio ). Presumi che nel suo ufficio, presso la sede dell’azienda familiare di costruzioni, ci sia qualche sua immagine festante legata al club del ‘foot-ball’ che ha assorbito la sua famiglia per un quarto di secolo. Se ti attendi di essere accolto in un siffatto ambito, rimani deluso.

L’ ambientazione della chiacchierata si svolge in tutt’altra scenografia. Lui non è protagonista, se non in negativo.

C’è un quadro gigante che ritrae il padre Ernesto, ‘Il Presidente’ dal 1976 al 1990, in Tribuna, allo stadio ‘Tardini’. C’è la foto di una rosa dei Crociati degli anni Settanta. Ma soprattutto c’è un ingrandimento fotografico del settore Distinti per un Parma-Roma del dicembre 2001, dove campeggiano due enormi striscioni, confezionati dal Centro di Coordinamento dei Parma Club. Uno recita: “Fedele-Larini-Ceresini: continuano i casini”. L’altro implora: “Per favore Cavaliere, li prenda a calci nel sedere”.

Glielo facciamo notare.

Come mai, Fulvio, questo poster? Ti vuoi far del male?

“Assolutamente. Anzi, dovrei farlo ingrandire ancora di più. Sì, lo farò fare ancora più grande. Tutti devono sapere”- risponde Fulvio Ceresini, staccando quella riproduzione dal muro, agitandocela sotto il naso, per poi posarla, sotto i nostri occhi, sul tavolo, dove rimarrà per tutta la durata della conversazione.

Sapere cosa, scusa?

“Sapere come è stato trattato Ceresini dopo ventisei anni di dedizione al Parma”.

Trattato così male da chi?

“Da chi fa il tifoso per professione, da chi è a capo di un gruppo di tifosi, il Centro di Coordinamento, che si vanta di avere seimila tesserati, ma che fatica a portarne in trasferta poche decine”.

Ti hanno dato molto fastidio quegli striscioni. Perché?

“Perché dietro quelle scritte c’era un progetto, c’era premeditazione, c’era strumentalizzazione, c’era mala fede”. Se si pensa che i “soliti casini” consistevano nell’aver ottenuto nei tre anni precedenti una coppa Uefa, una Coppa Italia, una Supercoppa, una finale di Coppa Italia persa con la Fiorentina e per tre volte il quarto posto in campionato, si capisce tutto.

E dire che la famiglia Ceresini in ventisei anni di Parma Calcio alle contestazioni c’era abituata. . .

“Ci avevamo fatto il callo, ma questa del Coordinamento è stata diversa. Vedete, in tanti anni io e mio padre, nei momenti bui, abbiamo subito contestazioni vivaci, scritte sotto casa, minacce tramite  lettere e telefonate notturne anonime. Ci potevano stare, perché fa parte del gioco. Quei due striscioni invece no. Quei due striscioni mi hanno fatto male. Scritti da tifosi che mai prima d’ora si erano degnati di vergare un pezzo di stoffa. Da gente che sa come i Ceresini quel che han fatto per il Parma lo hanno sempre fatto per amore della squadra. Poi, approfondisci la cosa e vieni a sapere come quei due striscioni non erano nemmeno espressione unanime del direttivo del Coordinamento, ma decisione di qualcuno che lì comanda. Insomma, una vergogna”.

Questo episodio è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso, già pieno, forse da tempo, di voci e illazioni…

“Mi ha fatto male vedermi accomunato a due dipendenti della società, seppur ottimi professionisti, che stimo ma  che oggi ci sono e domani no, che oggi fanno il bene del Parma e domani quello di un’altra squadra. Ceresini non era un dipendente stipendiato. Ceresini è uno che, nel bene o nel male, ha fatto la storia del Parma Ac.Dopo quel giorno mi son detto: <Fulvio, è ora di smetterla>. Dopo qualche ora, ho rassegnato le mie dimissioni”.

In società, però, sei rimasto fino a pochi mesi fa, a fine 2002. . .

"Perché il Parma e la famiglia Tanzi hanno reputato che fosse quello il momento giusto per concretizzare la mia uscita ufficiale dalla società, ma era da tempo, da mesi, che non ero più operativo".

Il Parma, nonostante l’abbandono dirigenziale, lo segui sempre?

“Sempre. Al ‘Tardini’ in questa nuova veste di tifoso sono sempre stato presente. Nella finale di Coppa Italia, la scorsa primavera, ero con voi in Curva Nord”.

E in trasferta?

“In trasferta no. Non sono ancora riuscito a  venire, da quando mi sono staccato dalla società, perché soffrirei troppo, mi intristirei. Mi mancherebbe qualcosa che, fino a pochi mesi fa, è stato il mio mondo: le vigilie in mezzo al gruppo, l’odore dello spogliatoio. No, ancora non ci riesco. Il ricordo è troppo fresco”.

E’ così dura?

“E’ durissima. Penso sia come quando uno va in pensione dal lavoro che ha svolto, amandolo, per una vita intera. Vivere la squadra e la partita da tifoso, per me, è ancora troppo diverso. Non fraintendete. Sono tifoso del Parma. Soffro. Ma è differente. Voi non avete idea della tensione che c’è negli spogliatoi nei pre-partita. Il tempo che non trascorre mai. La testa che sette giorni su sette è lì, al Parma, all’incontro successivo, al rendimento della squadra”.

Quanto ti ha coinvolto il Parma Ac?

“Il sottoscritto tantissimo, ma anche la mia famiglia. Non sto a rimembrare l’impegno di mio padre Ernesto, che qualche giorno fa, sul vostro sito, avete ricordato nell’anniversario della sua scomparsa. Dal 1976 in poi, in ventisei anni, sarò mancato, per cause di forza maggiore, alla domenica, sui campi dove giocava il Parma, cinque-sei volte. Dopo il passaggio di proprietà alla famiglia Tanzi, escluse le due stagioni con Ancelotti in panchina (in quanto alla prima di campionato contro il Napoli fui allontanato dagli spogliatoi da un collaboratore di Anceotti in quanto persona non desiderata nonostante fossi un dirigente della società. Per due anni non mi hanno più visto!), l’impegno a senso unico era a tempo pieno, da mattina a sera, come vice-presidente innamorato del ‘club’. Girando l’Italia e l’Europa e, ve lo assicuro,perdendo anche molte notti.”.

Nonostante la maggioranza societaria fosse già in quota Parmalat?

“Certo, per l’amicizia che ho con la famiglia Tanzi che va al di là del calcio,e per Stefano, presidente alle prime armi, appena entrato nell’ambiente del calcio professionistico”.

Oggi quel giovane presidente è cresciuto e siede nel consiglio della Lega Calcio. . .

“Avendo frequentato la Lega Calcio per anni, mi ero messo in testa che Stefano dovesse entrarvi a far parte come consigliere. Mi sono adoperato per questo fine. Anche perché la società Parma Calcio era da dieci anni, da quando sedeva in quel consiglio mio padre Ernesto, che non aveva un suo rappresentante in Lega”.

Il ricordo più bello?

“Naturalmente la promozione in “A” contro la reggiana e poi Wembley, ma non il trionfo. Il trasferimento in pullman verso lo stadio. Tutti i trasferimenti in pullman, non solo a Wembley. Il panico che avevi. L’ansia, il nervosismo, l’apprensione. Sensazioni uniche”.

Come, Fulvio, con tutti i successi che hai vissuto in questi anni, rammenti solo stati d’animo comuni ad ogni incontro?

“Io sono fatto così. Le vittorie le ho sempre smaltite subito. Non mi avrete mai visto festeggiare troppo dopo un successo. Non avrete mai visto una mia foto esultante di fianco ad un trofeo conquistato. Per me la vittoria durava un’ora, perché iniziavo già a pensare a quella successiva. Sono fatto così. . . ricordo sempre le cose brutte”.

Per esempio? 

“A Copenaghen. La finale di Coppa Coppe persa con l’Arsenal.Di quel giorno ho un’immagine fissa negli occhi: lo spogliatoio deserto, io e Faustino Asprilla con una birra in mano che, per mezz’ora, stiamo a parlare. Tino era sconsolato, affranto per quella sconfitta bruciante. Piangeva, guardando nel vuoto. Lui parlava ed io lo ascoltavo. Venne fuori un Asprilla incredibile, sensibile, con aspetti umani mai conosciuti fino a quel momento”.

Che rapporti avevi con i giocatori?

“Distaccati. Da dirigente. Non ho mai ritenuto giusto avere altri rapporti, mischiare il personale con il professionale. Ho sempre mantenuto le distanze .Mai una confidenza e mai una scintilla d’amicizia. Soltanto con un giocatore, una volta, sono uscito a cena. Era Gianluigi Buffon. Capitò in un momento molto brutto per lui. Aveva bisogno di conforto. Glielo diedi. Lui, purtroppo,  non me ne è mai stato molto grato”.

Nessuna persona del mondo calcistico trova uno spazio dentro di te per un ricordo umano?

“L’accoppiata Scala-Pastorello”.

Perché’?

“Perché c’era la fiducia reciproca. Fiducia  vera. Incondizionata. Era  un rapporto che veniva da lontano. Da quando c’era ancora mio padre Ernesto”.

La stagione della promozione in serie A. Quel mese terribile tra gennaio e febbraio 1990. La squadra che stentava. I due punti a tavolino alla Reggina, diretta concorrente per la promozione. La morte di tuo padre.

“Fu in quei momenti che si cementò il rapporto umano con Scala e Pastorello. La giornata più bella di quell’anno la vissi a Trieste, proprio in quel periodo. Alla vigilia del confronto con gli alabardati, ci giunse la notizia che la Caf, accogliendo il reclamo della Reggina, ci tolse per la seconda volta i due punti in classifica. I giocatori erano a terra. Non volevano scendere in campo. Volevano scioperare. Li riunii tutti e li caricai: <Non facciamo un cazzo!!!Andiamo in campo e vinciamo!!!>. Così fù. Fù la svolta della stagione”.

Uno 0-2 tondo, con autorete di Cerone e gol di Orlando, invasione di campo dei tifosi Crociati. Anche per i ragazzi della Curva Nord, come seguito e ‘tifo’, fu una giornata memorabile, una delle trasferte più piacevoli del campionato 1989/1990. Sembra una vita, ma sono soltanto tredici anni fa. Il mondo del calcio è cambiato. A nostro avviso ha perso tantissima credibilità. Fulvio Ceresini come ha vissuto questa trasformazione?

“E’ la cultura del calcio che non c’è più. E’ stato creato un sistema retto dai miliardi di lire facili e dai bilanci gonfiati e si è voluto giocare, tutti, con quel sistema. Era inevitabile che, prima o poi, questo giochino non reggesse più. I disavanzi enormi c’è chi li colorava ricapitalizzando o chi li faceva slittare”.

Anche a Parma?

“Anche a Parma, dove per anni tutti, ubriacati dai successi e dalla  voglia di competere ad alti livelli, avevamo in testa solo lo scudetto, andando alla ricerca di questo risultato e, per questo obiettivo, del campione superaffermato”.

Ora il Parma Ac ha cambiato rotta. C’è un progetto basato sui giovani. Come vedi il futuro della nostra squadra?

“Mi auguro ai grandi livelli. Ci sono giovani molto interessanti, che, se si escludono Mutu, il prestito di Brighi e la comproprietà di Adriano, erano stati acquisiti quando ancora ero in società io. D’altronde il progetto giovani io lo proposi alla proprietà in tempi non sospetti”.

Quando?

“Nel Natale del 1999, al momento degli auguri ai giornalisti, esternai che non si poteva più continuare con quel sistema, fondato sul rilancio ogni anno dei capitali, sulla ricapitalizzazione. Non c’era certo bisogno di guru dell’alta finanza né strateghi di calcio per capire che non si poteva continuare all’infinito ad incassare 1 e spendere 2.  Pensavo che si potesse puntare su giovani interessanti, mantenendo la squadra su buoni livelli. Consigliai, in quel momento in cui la crisi del calcio ancora non si era manifestata in modo così grave, di dare un segnale nuovo di cambiamento di strategia.. Di far vedere che, allora sì, quel progetto era una scelta, non una necessità. I giornali  commentarono male quelle mie dichiarazioni, dicendo che avevo paventato un distacco della fa. Tanzi dal Parma.. La proprietà mi chiese conto di quello che dissi. Dopo tre anni quel mio progetto lo hanno realizzato, insieme a tutto il calcio italiano”.

Dichiarazioni che suonano come sassolini usciti dalle scarpe, tanto che nel discorso Fulvio Ceresini aggiunge:

“Guardate che se mi metto qui a fare un giochino, noi, al Parma, in questi anni, di grossi ‘flop’, come calciatori, non ne abbiamo incassati molti.Se facciamo il conto di quanto abbiamo speso e quanto incassato dalla compravendita dei calciatori sono sicuro delle ottime operazioni svolte. E a proposito vorrei spendere due parole per Crespo e Zola. La punta argentina, per me, sia come calciatore che come uomo, è stato il più grande calciatore che abbiamo avuto a Parma. Qualcuno, alle mie spalle, gli aveva riferito che lo avevo criticato. Lui, da grande uomo, con il tempo, capì. Del fantasista sardo ce ne siamo disfatti troppo in fretta, svendendolo”.

Sai che a noi sta a cuore la maglia Crociata. Quando fu accantonata, c’era ancora Ernesto Ceresini presidente. Come avvenne quell’archiviazione?

“Fù una decisione del direttore sportivo di allora, Riccardo Sogliano, che voleva dare alla divisa ufficiale un tocco di novità. Sì, forse fu accantonata troppo a cuor leggero”.

In questi anni in società non avete mai pensato a un suo ritorno?

“Mai, anche perché, lo sapete, la Parmalat non l’ha mai vista bene in abbinamento ai propri marchi da pubblicizzare attraverso il veicolo calcio”.

Tu saresti favorevole ad un suo rientro ufficiale?

“Sinceramente non saprei. Ci dovrei pensare. Sapete che non sono un ruffiano. Potrei dirvi di sì per aggraziarmi le vostre simpatie. Dico che forse, in qualche occasione, potrebbe essere risfoderata, giusto per non dimenticarla.Come è avvenuto quel giorno, con il Lecce, per festeggiare i dieci anni di serie A. E’ stata una sorpresa fantastica. Roba da brividi”.

La stessa suggestione che proviamo noi, quando osserviamo quel gagliardetto Crociato societario, ingiallito e sdrucito dal tempo, datato 1913, anno di fondazione dell’Ac Parma, che donasti ai ragazzi della Curva Nord la scorsa stagione, poche ore prima della finale di Coppa Italia vinta con la Juve.

“E’ un dono che ho fatto con il cuore. Prima di andarmene dalla società, ho voluto lasciare questo reperto storico, eredità di mio padre Ernesto, che conservavo in casa mia, a chi è vero custode e patrimonio di un ‘club’ di calcio, i tifosi. Ma i tifosi autentici, quelli che seguono la squadra con passione, non quelli che lo fanno per professione, per mestiere. Voi, ragazzi della Curva, siete gli unici proprietari del Parma Calcio. L’anno scorso lo avete dimostrato”.

Come?

“L’ho sempre sostenuto: il Parma dalla serie B lo ha salvato la Curva Nord. C’era una situazione di sbando totale. C’è stato un momento in cui eravamo penultimi. Mancavano di fatto la dirigenza ed un vero allenatore. Bastava che la Curva mollasse, che contestasse e, ne sono certo, per la squadra, già disorientata, sarebbe stata la fine”.

Riesci a vedere la partita in diversi modi, a scindere l’occhio del tecnico, del dirigente e del tifoso?

“Quando sono allo stadio e seguo la gara, la  vedo sotto l’effetto di una miscela di queste diverse visioni, anche se predomina l’aspetto tecnico. Modestia a parte, ventisei anni nel calcio mi hanno fatto acquisire un’esperienza tecnica che pochi posseggono. Dopo dieci minuti di gioco, per esempio, so già come va a finire la partita e difficilmente sbaglio”

E’ un patrimonio che, prima o poi, dovrai tornare a mettere a disposizione. Non credi?

“Penso proprio di no. Nel calcio odierno, basato sull’immagine, c’è bisogno di gente che sappia vendersi bene e che sia capace di comprare il consenso di certi tifosi. Questo mondo non è per una persona come me, che si tiene tutto dentro, che ritiene che il successo si ottenga ancora con i risultati sul campo. Soffrirei. Non so mentire. Oggi, se non ti presenti sempre in pubblico, hai torto in partenza. . . .”. 

Fulvio Ceresini torna ad osservare il poster con i due striscioni dei Distinti. Lo riappende alla parete dietro la sua scrivania. Ci conferma: “Questa foto la farò proprio ingrandire ancora. Tutti devono sapere”.

Per chi ha dedicato ventisei anni al Parma Ac, praticamente una vita, quella domenica del dicembre 2001, deve aver patito una dolorosa umiliazione. Una ferita i cui segni non si sono ancora rimarginati

 

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