Stagione 2006/2007 - Nr.22


TRASFERTE A RISCHIO

Al principio, negli anni Ottanta, quando scese in campo nel mondo dello sport, ancor prima che in politica, come presidente del Milan, l'idea fu vagheggiata da Silvio Berlusconi: in futuro lo stadio di San Siro dovrebbe essere solamente aperto ai tifosi rossoneri; sarebbe un beneficio per la squadra milanista e si risolverebbero i problemi di ordine pubblico originati dalle trasferte in massa delle tifoserie al seguito delle formazioni ospiti. Un pensiero che faceva il paio con quest'altro, sempre espresso dalla sua mente, nel settembre 1989: "Questa Coppa dei Campioni è vecchia, io sogno un campionato d'Europa, grandi squadre che si battono in gironi. Più partite, più interesse. più incassi, più spettacolo... C'è una regola, che non ho inventato io, che è considerata la regola dello sviluppo della nostra civiltà e che gli americani hanno teorizzato così: ciò che è grande diventerà più grande e ciò che è piccolo diventerà più piccolo. Questo avverrà anche nel pallone. Nel calcio di domani ci saranno dei grandi protagonisti legati ad aziende multinazionali che approfitteranno delle squadre e dei calciatori per diffondere un loro messaggio di comunicazione e di immagine sulle televisioni... Questa è una previsione". Se quest'ultima intuizione-aspettativa il 'calcio moderno' l'ha già concretizzata da alcuni anni, la prima, quella riguardante il popolo dei tifosi in movimento, che va a toccare la libertà personale, al momento,  non l'ha ancora adempiuta. Rimane un sogno imprenditoriale, di pochi, ma influenti, padroni del vapore calcistico italiano. Un desiderio o un disegno le cui avvisaglie di realizzazione, almeno parziale, nelle recenti settimane, in avvicinamento all'apertura della nuova stagione agonistica, sono tornate a riecheggiare. Ironia della sorte, a discapito del Milan e dei suoi sostenitori. Domenica prossima, in apertura di campionato, si gioca Genoa-Milan, per la prima volta dopo il ventinove gennaio millenovecentonovantacinque, quando fu ucciso, in uno scontro tra gruppi ultras, fuori dallo stadio di Marassi un tifoso genoano, Vincenzo Spagnolo, detto 'Spagna'. Da qualche tempo il vicepresidente rossoblu, tale Blondet, auspica che venga proibito ai sostenitori milanisti di recarsi a Genova. Una soluzione, per motivi di ordine pubblico, alla quale guarda con favore, come ha comunicato negli ultimi giorni, anche uno dei sindacati di Polizia più importanti. Naturalmente il provvedimento, che potrebbe essere adottato già nelle prossime ore e che é di competenza del Prefetto del capoluogo ligure e dell'Osservatorio Nazionale sulle Manifestazioni Sportive, dovrebbe essere reciproco: alla prima giornata di ritorno, quando il Genoa dovrà recarsi a giocare a Milano, lo stadio di San Siro sarà 'off limits' per i tifosi del Grifone. Qualora l'annata agonistica 2007/2008 del calcio italico cominciasse così, con questa straordinaria misura cautelativa, non sarebbe un buon inizio. Per una questione sia di democrazia che di efficienza da parte dello Stato italiano, il quale dimostrerebbe, ancora una volta, la propria incapacità nel risolvere, con disposizioni veramente preventive, un problema di sicurezza. Il quesito, popolare, é sempre il solito: perché per colpa di pochi devono rimetterci tutti? E, poi, non é un particolare di poco conto, Genoa-Milan proibita ai sostenitori rossoneri creerebbe un precedente, non solo per il ritorno della medesima sfida, ma per altre ugualmente considerate a rischio, che con il rimpatrio di Napoli e Juventus in serie A raggiungono un numero considerevole. Così, con la scusante dell'ordine pubblico, piano piano si andrebbe a materializzare quella brama padronale di lasciare a casa i tifosi ospiti, che, adesso, possono guardarsi, comunque, la partita sullo schermo televisivo, comodamente, anche senza necessariamente fare l'abbonamento a Sky, ma a un prezzo ancor più economico, grazie al digitale terrestre. Per buona pace dei bilanci delle televisioni a pagamento e dei proprietari dei 'club' del pallone, che dai diritti televisivi ricavano una parte consistente dei propri introiti. Fino a oggi c'era, almeno, la possibilità di scelta tra la partita in tv e la trasferta, seppur condizionata dalle spese dei viaggi al seguito, su cui incideva l'innalzamento graduale dei costi dei biglietti. Da domani, se venisse applicato il divieto genovese, la facoltà e la libertà di scelta sarebbero via via sempre più oppresse e, nei casi di attuazione, si annienterebbero definitivamente. Ecco perché il veto su Marassi al popolo rossonero rappresenterebbe un bivio vitale. Alla faccia del calcio, disciplina popolare che abbiamo imparato a conoscere e amare e che si prova, in qualche modo, ancora a tutelare. Sono discorsi macinati e ripetuti fino alla nausea in questi anni, si dirà, ma i presagi di questi giorni le portano alla ribalta con maggior insistenza, innalzando il livello di guardia. C'è pure una riflessione del presidente del Parma Calcio, Tommaso Ghirardi, estrapolata nell'ambito delle sue dichiarazioni per chiarire la decisione di applicare un aumento dei prezzi dei biglietti d'ingresso allo stadio 'Ennio Tardini', che fa pensare: "A me non interessano i tifosi delle altre squadre che vengono a vedere il Parma, e quindi è giusto che paghino il biglietto. Io lo faccio nel massimo rispetto per i miei abbonati". Se da un lato queste parole possono creare facile entusiasmo ed essere approvate, ma limitandosi al fortino 'Tardini', dall'altro, leggendole e interpretandole a più largo raggio, mettendosi dalla parte di chi è abituato, ultras o no, a seguire la propria Maglia ovunque o quasi, seminano preoccupazione. C'è da augurarsi che i proprietari degli altri 'club' non facciano un ragionamento come quello di Ghirardi, perché tra divieti e costi, la trasferta é destinata a diventare un'abitudine per pochi eletti, che va nella direzione della profezia berlusconiana degli anni Ottanta. E dire che, nello scorso mese di luglio, la Lega Calcio ha adottato un nuovo regolamento per dimensionare i settori ospiti degli stadi di serie A e di serie B alla capienza generale di ogni impianto sportivo... Tempi duri, per i tifosi autentici delle squadre di calcio, costretti a vedere imprigionata la propria passione tra interessi particolari, pretesti e problemi di ordine pubblico causati dalla violenza di pochi. A perderci, come sempre, é la moltitudine. E la chiamano democrazia. 

P.S.: a meno che queste non siano le tappe, dolorose ma necessarie, di quel percorso, ipotizzato e sognato da tanti, ritenuto un'utopia da alcuni, degli stadi italiani per il calcio senza gabbie, barriere e comparti che dividono i sostenitori delle squadre in campo. Un'ideale che chissà mai se il mondo vedrà.

Editoriali 2006/2007