Il campione parmigiano al servizio del Parma Calcio

 

Noi che abbiamo conosciuto Bruno Mora

L'inedito e appassionato racconto della vita del campione nato nell'Oltretorrente, destinato esclusivamente a Settore, scritto dal professor Carlo Iasoni, il quale con i suoi studenti si é prodigato nell'allestimento di uno specifico spettacolo teatrale sul personaggio, tramite le testimonianze di Fernando Cassi, ex compagno di gioco e di esperienze di Bruno Mora, e di Fabrizio Fontana, suo allievo nel Settore Giovanile del 'club' Crociato

Le cinque della sera, una tavola di legno dell’Enoteca Fontana. I clienti devono ancora arrivare, Fabrizio, il titolare, si siede con noi. Tre coppe di Haderburg rilasciano lentamente il loro pérlage. Lenti e sinuosi come le traiettorie delle bollicine sono i ricordi di Fernando Cassi, Nando per gli amici, che fruga in anni lontani.

Parte con alcuni flash. Un’altra Parma, diversa da quella di oggi, più laboriosa e solidale. I borghi dell’Oltretorrente, una città nella città. Via Bixio. Lì nasce Bruno, poco prima della guerra. I genitori lavorano tutto il giorno, la madre come orlatrice in via Benassi, il padre, meccanico, in una fabbrica di aerei a Reggio. Il bambino, durante il giorno, viene lasciato dai signori Cassi. Nando diventa il suo naturale compagno di giochi e di esperienze.

La guerra. Il padre di Bruno viene mitragliato su un aereo durante un volo di collaudo e muore. Le bombe. “Un pomeriggio eravamo al cinema Pace per vedere 'L'assedio dell'Alcazar'. A un certo punto hanno cominciato a bombardare il Molinetto. Era tutto un fracasso: bombe sullo schermo, bombe fuori”.

Gli sfollati. Le famiglie di via Bixio si trasferiscono nella prima campagna, fra Vigheffio e Lemignano. Poi la guerra finisce e il gusto per la vita riprende vigore, nonostante il  dolore, la  miseria, le  distruzioni. Rinascono i circoli giovanili, antica forma dell’associazionismo parmigiano. Torna a fiorire La Giovane Italia.

Per i ragazzi c’è una piccola scuola di calcio, l’allenatore è Canforini. Nando, più vecchio dell’amico di qualche anno, gioca già in Promozione, nel Sorbolo. Sono i primi anni ’50, l’occasione  per Bruno è quella di un torneo amatoriale. La partita si gioca a Modena.  E’ domenica mattina, il pullman è pronto. “Mancava un certo Canepari, che abitava dalle parti del Palazzone di piazzale Fiume. Hanno detto a Bruno di andarlo a chiamare. Lui ha preso la bicicletta, è arrivato, ha fatto il giro del palazzo ed è tornato indietro, raccontando di non averlo trovato. Così hanno dovuto farlo giocare. E’ stato il suo momento: i difensori  avversari non sapevano come fare a fermarlo. Non riuscivano a vedere il pallone”.

Canforini va ad allenare il Bozzolo e lo porta con sé. Ma la fama dell’abilità del ragazzo dilaga. La Sampdoria lo acquista. Non resta molto nelle squadre giovanili, solo quanto basta perché lo proclamino miglior giocatore al torneo di Viareggio, poi la serie A, quella vera. Ma anche la squadra genovese gli sta stretta, il suo straordinario talento lo fa approdare alla Juventus e, con i bianconeri, conquista, nel 1961, uno scudetto. Esordisce in Nazionale a Firenze, ne diventa capitano in Cile, nei Mondiali del ’62, e, passato al Milan conquista la prima Coppa dei Campioni vinta da una squadra italiana nel ’63.

Sono gli anni dei trionfi, ma anche degli eccessi, dalle macchine alle donne. “Scappava sempre dai ritiri”. Come se sentisse dentro il proprio destino brucia le esperienze della vita con la velocità del lampo. Eppure quando torna a Parma ridiventa il ragazzino, il monello di prima. Non parla molto delle sue esperienze sportive, solo qualche accenno, in chiave molto personale. “I suoi compagni del Milan gli avevano detto che doveva cominciare a diventare milanese. Lui aveva scosso la testa e risposto che era ora che loro diventassero un po’ parmigiani”.

Quando può tornare a casa, lo si ritrova al circolo a giocare a carte, scala quaranta, scopa, sbarazzino, o a tirare qualche calcio con i ragazzini in Cittadella. Non vuole, non sa perdere. E’ disposto a tutto per vincere, anche a barare. L’incidente con il portiere del Bologna, Spallazzi, gli provoca la rottura della tibia e del perone e gli cambia la vita.

Non è più il campione di prima, la serie A lo scarica. Anni grigi, altri lavori, ma il calcio gli resta nel cuore. Il Parma vuole uscire dalle secche della serie D e offre un modesto ingaggio al campione di un tempo. Bruno accetta e ricomincia a giocare con lo spirito di sempre, anche se gli avversari non si chiamano più Inter o Fiorentina, ma Crema, Pavia, Pergolettese.

Grazie a lui il Parma è promosso. Inizia una nuova avventura come allenatore delle giovanili. “Era un grande, grandissimo, insegnante di tecnica individuale. Aveva la straordinaria abilità di usare entrambi i piedi nello stesso modo e colpiva il pallone con un colpo di collo pieno, forte e potente”, ricorda Fabrizio.

Lo stesso concetto che Carlo Ancelotti affida a Gianni Mura, cronista sportivo de “La Repubblica”. Dice l’ex allenatore del Milan: Io a quei tempi tiravo bene in porta, cosa per cui devo dire grazie a Bruno Mora, mio allenatore nelle giovanili

Oltre alla tecnica individuale, curata fin nei minimi particolari ti afferrava il piede con la mano e te lo girava fino a metterlo nella posizione giusta, ricorda ancora Fontana, Mora cerca di istillare nei suo calciatori grinta e carattere. Del suo ardore agonistico ne fanno le spese un po’ tutti: i tifosi del Milan che hanno la sfortuna di incitare i loro ragazzi in una partita contro quelli guidati dall’ antico campione, arbitri, guardalinee…

Sempre Fabrizio ricorda un aneddoto interessante. “Stavamo facendo un torneo a Salsomaggiore e avevamo battuto la Cremonese per uno a zero, guadagnando i quarti di finale. Avevamo giocato male, picchiato duro e vinto senza merito” I calciatori sono nello spogliatoio e festeggiano con il loro allenatore. “A un certo punto si apre la porta ed entrano Ceresini e Sogliano” Il presidente è un autentico sportivo e un vero gentiluomo. Rimprovera i ragazzi per essere stati scorretti. Il risultato non gli interessa: meglio uscire dal torneo che andare avanti in quel modo.

Mora rimase a capo chino ascoltando, apparentemente mogio, le parole del presidente. Ma appena uscirono sbottò in un vaffa…” Nelle pause degli allenamenti emergevano qua e là frammenti di ricordi. “Il più grande difensore che ho incontrato è stato Djalma Santos” e ai ragazzini incantati spiegava la finta di corpo del difensore carioca.

A chi è rimasto nel profondo dell’animo un eterno monello non si addice il grigiore della vecchiaia. La malattia e la morte lo hanno consegnato al nostro ricordo con il beffardo sorriso da scugnizzo sul volto. Non aveva ancora cinquant’anni. Parma si è ricordata di lui?

Ma…” - sospira Nando – “gli hanno dedicato un campo a Sala Baganza, un altro in via Aleotti e un piazzale dalle parti dell’ ex-Salamini". Il resto del pensiero è quasi un sussurro. “Il Tardini è vecchio, dovranno fare uno stadio nuovo. Allora, chissà…”.

Carlo Iasoni

Il Parma